FAB LAB: come fare quasi qualsiasi cosa

settembre 2012

di Alessio Barollo

Takoradi, capoluogo della regione occidentale del Ghana, una bambina di 8 anni sta armeggiando con una saldatrice a stagno per unire i circuiti di una piccola scheda elettronica. Sono le 23 ed è ancora li a lavorare con attrezzature che fino a poche ore prima per lei non avevano ancora un nome ma che comunque sono lì per permetterle di portare a termine l’idea che ha in mente.

fablab

2005, Boston, MIT University, sta per iniziare il corso “How to make almost anything”, tenuto dal prof. Neil Gershenfeld, direttore del Centro di ricerca Atoms&Bits. Il corso nasce con l’idea di far imparare agli studenti di ingegneria l’utilizzo di macchine sofisticate e innovative (stampati 3D, macchine controllo numerico, macchine per taglio laser, ecc…), ma ben presto si è notato come a predominare fosse la creatività. Infatti era possibile grazie all’utilizzo di queste strumentazioni realizzare idee che fino a poco prima erano rimaste solo sulla carta. Da questo presupposto prende spunto la filosofia del Fabrication Laboratory, o piu semplicemente Fab Lab.

Sotto la spinta del MIT i Fabrication  Laboratory iniziano a diffondersi dalla città di Boston in tutto il mondo, dall’America all’Asia, dall’Europa all’Africa, dove era ambientata la breve storia iniziale. Il fatto interessante è che i Lab col passare del tempo cominciano a trovare soluzioni a problemi veri; strumentazione per l’agricoltura in India, turbine a vapore le conversione dell’energia in Ghana, antenne ad alto guadagno per le reti di PC in Norvegia.

Il messaggio che arriva dalle Fab Lab è che tutte le persone del nostro pianeta non sono solo ricettori di tecnologie ma sono sorgenti. La vera opportunità è quella di imbrigliare il potenziale inventivo del mondo per progettare e produrre soluzioni ai problemi locali.

Questi laboratori sono dunque dei luoghi che uniscono le potenzialità di una fabbrica con la specializzazione di una bottega artigianale ove si può trovare una dotazioni tecnologica costituita da una macchina a taglio laser, una stampante 3D, una fresa a controllo numerico o una macchina per la prototipizzazione rapida. Queste apparecchiature possono essere utilizzate da chiunque ne abbia necessità e voglia di sperimentare aiutato nei laboratori dove si possono trovare competenze e soluzioni alle proprie esigenze.

Il movimento della personal fabrication è figlio dell’industria, da cui ha preso la precisione e la riproducibilità dei prodotti, nipote dell’artigianato, da cui ha preso la progettazione su misura, fratello dell’opensource con cui condivide la filosofia di scambiarsi progetti liberamente.

“In informatica, open source (termine inglese che significa sorgente aperta) indica un software rilasciato con un certo tipo di licenza per la quale il codice sorgente è lasciato alla disponibilità di eventuali sviluppatori”
Durante gli anni Ottanta e Novanta, infatti, con l’esponenziale crescita del mondo dell’informatica, si è passati da un modo di agire “libero” alle restrizioni del software proprietario.

La nascita del termine open source, nel 1998, ha inteso ristabilire una nuova inversione di tendenza, con un ritorno alla libera circolazione delle informazioni relative ai programmi. Avere a disposizione il codice sorgente, infatti, consente ai programmatori ed agli utenti avanzati di modificare il programma a piacimento, adattandolo così alle proprie necessità.

L’open source, quindi, non va considerato semplicemente come una scappatoia per aggirare il problema dell’acquisto o dell’utilizzo di un software proprietario, ma diviene una vera e propria scelta di campo in favore della libertà di circolazione (che consente tra l’altro di apporre significativi miglioramenti al programma) e dello scambio di idee, in modo da consentire una crescita che coinvolga tutta l’utenza e non sia legata alla disponibilità economica.

In Italia fare squadra è molto difficile, e la squadra nei Fab Lab è tutto; a Torino ,nel 2011, è stato sperimentato il primo modello di Fabrication Laboratory all’interno della mostra “Stazione Futuro” presso le Officine Grandi Riparazioni: un vero e proprio laboratorio made in Italy dove è possibile ammirare le macchine al lavoro era partecipare a workshop, seminari e incontri per conoscere da vicino un nuovo approccio alla conoscenza. Sulla scia di questo evento  e grazie alla spinta di Massimo Banzi (ideatore e sviluppatore di Arduino) e di Riccardo Luna (giornalista di innovazione, ex direttore di Wired Italia) nasce l’associazione Fab Lab Torino. Dallo statuto leggiamo “L’associazione persegue fini di promozione del Fabbricazione Digitale e del Design condiviso, dell’Hardware e del Software Libero, dello Sviluppo Sostenibile, a vantaggio degli associati e di terzi; basa la propria attività sull’impegno volontario, libero e gratuito degli associati; ha vocazione solidaristica e mutualistica. L’associazione “Fablab” è autonoma, pluralista, aconfessionale, apartitica, a carattere volontario e democratico. Non persegue finalità di lucro.” Pochi mesi dopo a cascata nasce Frankestein Garage a Milano ed è in fase di sviluppo quello di Firenze.

Capiamo come le iniziative siano basate sulla collaborazione come metodo di diffusione del sapere. Pagato un’esigua quota associativa annuale si ha la possibilità di seguire lezioni e workshop e di utilizzare le macchine da lavoro messe a disposizione. In questa direzione, la digital fabrication apre scenari innovativi per la didattica e la formazione visto che ogni associato può insegnare il proprio sapere agli altri iscritti e che il lavoro e le idee di tutti vengono condivise globalmente in rete.

Digitando le parole “Fab Lab” su Google, otteniamo quasi 3 milioni di risultati, a dimostrare come questo sia l’argomento che sta disegnando una nuova fase del lavoro nel contesto globale. I laboratori di Barcellona permettono un collegamento fra i prototipi realizzati e piattaforme di crowdfunding per dare la possibilità agli utenti di trovare uno sbocco commerciale alle idee trovate, riuscendo magari a produrle su grande scala. Il parlamento italiano in questi giorni presenta proposte di agenda digitale e di riforma del lavoro basate su startup. Gli spazi per il coworking vengono presi d’assalto.

Sapremo implementare collaborazione, educational e open source? Può essere questo il futuro del lavoro? L’Italia diverrà forse una Repubblica fondata sulle Fab Lab?

articolo pubblicato in originale su vodblogsite

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