COMMUNITY E MAKERSPACE COME STRUMENTI DI NUOVO SVILUPPO

Dicembre 2012

di Alessio Barollo

Monzese, 44 anni, ha creato il processore Arduino, rivoluzionario hardware open source,  insegna interaction design alla SUPSI di Lugano e ha contribuito all’apertura di Officine Arduino, primo Fablab italiano, a Torino. È salito sul palco dell’ultimo Ted Global di Edimburgo. Stiamo parlando di Massimo Banzi (massimobanzi.com) ecco le sue idee su opensource applicato al design, crowdsourcing e fab lab.

fablab

1.       Quando ha sviluppato Arduino come mai ha scelto di affidarsi ai metodi open source?
Era già dal 1993 che usavo Linux quindi già conoscevo da molto tempo i benefici di sviluppare un prodotto open source. Fin dall’inizio i componenti di  Arduino sono open source.

2.       L’open source nasce nel mondo informatico, secondo lei è applicabile anche in quello della costruzione o del design? in che modo?
Sì e ci sono moltissimi esempi. Una grande fonte di informazione è il libro Open Design Now (opendesignnow.org)

3.       Un altro termine molto in voga in questo periodo oltre a open source è quello di maker, quali sono gli elementi chiave di questo mondo?
Maker è un’evoluzione contemporanea del DIY (Do It Yourself) tecnologico.
Grazie a internet e alla condivisione della conoscenza, il maker fa parte di una comunità digitale composta da migliaia di appassionati, una collettività, spesso fondata sulla filosofia dell’open source.

4.       Secondo Stefano Micelli il movimento dei maker non punta a creare ricchezza seguendo le tappe indicate in tanti manuali di management, la differenza che salta all’occhio ha a che fare con un idea diversa di proprietà intellettuale. Secondo lei in che modo è corretto riconoscere il merito di chi partecipa alla progettazione open source.
Negli ultimi 30 anni si sono sviluppate metodologie open che si possono applicare anche all’elettronica e al design e non più solo  al software.  Di base non si diventa maker per fare soldi, però può succedere che durante il percorso si scopra qualcosa che può avere un ritorno economico.
La filosofia open poi può contribuire al branding di un prodotto collegandolo alla comunità.

5.       I maker trovano un possibile sbocco nei Fab Lab, nate nei laboratori del MIT guidati dal prof. Neil Gershenfeld. Lei è stato uno dei promotori del metodo in Italia, può rappresentare questo uno strumento per creare nuovo sviluppo anche nel mercato italiano?
Il fablab in se stesso serve a poco se intorno non c’è una comunità: è necessario avere un forte contatto con l’esterno.  Io poi preferisco il concetto di Makerspace dove l’aspetto di comunità è più evidente.
Il fablab costituisce un pezzo di una catena più vasta che riguarda anche l’online e il territorio circostante il fablab. I fablab rendono disponibili gli strumenti per sperimentare, condividere idee e conoscenza.
Le connessioni verso l’esterno (come la riscoperta di distretti produttivi, trovare fornitori di materiali)
trasformano in realtà i sogni dei partecipanti alla vita dei fablab.
Gli spazi di confronto creano dialogo e relazioni per imparare e per condividere il valore delle proprie azioni e idee.

6.       In una sua intervista a Wired Italia dice che “l’importante è comunità attorno alla tua idea”, esattamente lo stesso principio espresso dal crowdsourcing, possono questi metodi trovare legami col mondo delle fab lab?
Crowdsourcing è un termine ampio e non molto preciso perché potrebbe contenere anche il modello di Amazon Mechanical Turk (www.mturk.com ) che non è molto qualificante. Non è un modello in cui l’utente è un partecipante qualificato.
Sicuramente il crownfounding è un pezzo molto importante del percorso che sta facendo la comunità maker. Ci sono esempi di collaborazioni in cui le persone sono  coinvolte attivamente nei progetti, in cui la comunità maker fa un investimento emotivo nei progetti che sostiene.

7.       Si sta formando una classe di nuovi imprenditori che puntano a sviluppare piattaforme a cui altri possono partecipare in modo autonomo. Ma quali sono i motivi, secondo lei, che spingono una persona a partecipare attivamente a un processo crowdsourcing?
In generale non mi piace il metodo crowsourcing: lo trovo spersonalizzante e svilente del valore che portano le persone. Invece le comunità si ritrovano intorno a un’idea, a un interesse comune: interagendo tra di loro producono ulteriori idee, le sviluppano etc.
In ogni ambiente ci sono vari livelli di partecipazione e c’è sempre un gruppo di leader più propositivo che trascina gli altri.

8.       La piattaforma fab lab di Barcellona collega i progetti elaborati nei laboratori con piattaforma di crowdfunding (“kickstarter” per fare l’esempio più famoso). Può essere questo un metodo per lo sviluppo di nuove startup e aiutare la ripresa economica?
Certo. Solo se inserito in un piano più ampio ed articolato. Inoltre anche se si riempisse l’Italia di startup poi bisogna dare loro le condizioni per sopravvivere ed essere competitive con i loro concorrenti in giro per il mondo.
 
9.       La percentuale di utenti attivi in internet in Italia si aggira intorno al 40%, il crowdsourcing e l’open source possono aiutare a superare questo limite?
Partecipare a comunità open source contribuendo attivamente necessita di avere gente connessa ad internet.
Le condizioni di partenza sono la disponibilità di computer a basso costo e  connettività diffusa, veloce a prezzo ragionevole e ci stiamo arrivando.
Ciò che manca in Italia è un progetto strategico di ampio respiro che dovrebbe partire dalle scuole.
Per esempio nei primi anni 80 la BBC aveva messo in onda con grande successo un programma che  insegnava a programmare computer. Per l’occasione la BBC si era fatta sviluppare un computer a basso costo da un’azienda inglese. Il computer venne acquistato da tutte le scuole inglese formando la generazione che poi ha attivamente usato internet.
Quindi in Inghilterra c’è una penetrazione della tecnologia molto forte anche e soprattutto per un investimento che risale al 1982. 
 
10.    Nel 2011 il sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha lanciato in contemporanea con il piano di rinnovo della città anche la piattaforma “changeby.us” con lo scopo di migliorare il feedback con i cittadini raccogliendo idee per soluzioni civiche e stimolare la formazione di gruppi di progetto. Secondo lei processi del genere sono applicabili anche in Italia?
Certo, il problema è che questi progetti si basano sul cambiamento del metodo di gestione della cosa pubblica, sull’open data e quindi implicano totale trasparenza di dati e informazioni.
Quando questi dati sono disponibili allora diviene possibile che gli sviluppatori scoprano modi innovativi di estrarre informazioni utili che portano alla creazione di app. A quanto mi risulta solo Firenze ha un progetto Open Data ampio e ben strutturato perciò bisogna agire prima sulla gestione della cosa pubblica, le idee seguiranno.
  
11.    Concludiamo con una provocazione, l’Italia diverrà forse una Repubblica fondata sul Fab Lab?
No.
In Italia ne esistono 2. Uno a Torino e uno a Reggio Emilia aperto da poche settimane. Torino dopo 2 anni fatica a creare la comunità ampia che vorrebbe avere perché il territorio circostante non ha ancora capito del tutto l’opportunità unica che ha a disposizione.
Manca una visione più ampia: ribadisco che il fablab da solo non serve a niente: è uno strumento che si deve legare a una catena più ampia.
In generale ciò che serve è capire che il mondo sta cambiando come il modo di fare industria e innovazione. I metodi vecchi non funzionano più e bisogna anticipare  il cambiamento e non subirlo e basta.
Creare 100 fablab senza una visione di assieme dell’Italia del XXI secolo non serve a nulla.

post pubblicato in originale su vodblogspot

 

 

 

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