IL TABLET E’ NATO MORTO

Mettiti comodo e divertiti oppure Fare e creare (spesso non molto comodamente)?

TABLET

“..il nuovo mezzo venne accolto con grande entusiasmo, come il device informatico/di navigazione che avrebbe potuto facilmente sostituire il laptop o il notebook, senza mostrarsi per nulla preoccupati del fatto che identificasse l’utente come spettatore, lettore e giocatore, ma non come qualcuno che pubblica o produce…” La società dei makers di D. Gauntlett

In questi giorni mi è tornata in mente la frase che qualche anno fa mi aveva detto un mio professore universitario (prof. G. Longhi), “il tablet è nato morto” , in riferimento forse ad una tecnologia non cosi innovativa o che (almeno in apparenza) non aveva saputo avere una vision di lunga durata e di ampia ricaduta sociale come ha invece avuto lo smartphone (quante biblioteche stanno dentro un iphone?). Poi leggendo il libro di Gauntlett ho trovato un’altra possibile risposta a quella affermazione e sta nel fatto che molti processi che ci vengono proposti come condivisi o totalmente open ci portano in realtà all’interno di griglie semplificate di costruzione della creatività. Che da un lato aiutano molto perchè richiedono molto meno competenze ma dall’altro trasformano il prodotto in una sorta di formato standard. Il libro cita l’esempio del web 2.0: “In questo processo che riduce tutto a poltiglia, tutto quanto è insolito viene cancellato. All’inizio degli anni ’90, le prima pagine web avevano il sapore dell’individualità. Sapore che in qualche misura si conservava anche in MySpace, seppure anche li è iniziato un processo di formattazione banalizzante. Facebook si è spinto più lontano, organizzando le persone come identità a scelta multipla, mentre Wikipedia cerca espressamente di cancellare del tutto il punto di vista” . Questa visione di J.Lanier (You are not a gadget) è un po’ troppo estrema anche se conserva comunque un fondo di verità, quella della semplificazione e in parte standardizzazione del significato di open. Questo però ha anche un netto vantaggio, il fatto che i nostri smartphone usino le app (processo che sta avvenendo anche per tablet e pc) li rende attraenti anche alle persone che non si interessano o non conoscono l’informatica e richiedendo uno sforzo intellettuale abbastanza basso; ciò favorisce l’alfabetizzazione digitale e la diffusione di metodi legati al web 2.0, tipo il crowdfunding/sourcing.

Da piccolo quando accendevo il Commodore 64 mi trovavo davanti uno schermo nero con un cursore lampeggiante e far diventare quel cursore un gioco era comunque molto più impegnativo che scaricare un app dall’Apple store. Il fatto, ad esempio, che l’Estonia abbia deciso di insegnare la programmazione informatica alle elementari, istituzionalizza quel processo che dovevo affrontare da solo o con l’aiuto di qualche amico davanti al monitor nero del mio Commodore, portando nuovamente la creatività ad avere quasi il controllo totale della creazione del progetto. Altro esempio nella stessa direzione è quello dell’organizzazione no profit Code.org che ha lanciato un gioco che insegna a programmare in 20 passi, provare per credere.

A questo punto come sarà il web 3.0? Forse programmeremo atomi 🙂

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