IMPARARE AD ESSERE INDUSTRIOSI

di Alessio Barollo

Sabato di sole, la vista di Bassano del Grappa allevia il ricordo della sveglia mattutina. Arrivo all’Urban Center per la presentazione del corso di perfezionamento avanzato “INTELLIGENT SCHOOL DESIGN La progettazione del sapere e l’applicazione del D.M. 11/04/2013” organizzato dalla piattaforma VoD, dallo IUAV e dall’ordine degli architetti di Vicenza.

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Nel testo introduttivo al corso si legge:

L’elemento trainante del cambiamento anche fisico dell’assetto della scuola è il passaggio dal paradigma storico dell’imparare al nuovo paradigma dell’essere industriosi. Ne discende una nuova dimensione attiva della scuola basata su apprendimento continuo e mobilità. Questi argomenti sono codificati nelle azioni degli organismi internazionali, in particolare per quanto riguarda l’Europa nella strategia Europa 2020, nella sua applicazione rispetto all’istruzione (European Teaching 2020) e nel programma di finanziamento per l’innovazione (Horizon 2020). In questo scenario si inserisce l’attenzione verso lo sforzo innovativo dell’Italia riguardo a nuove tecnologie, nuove prassi didattiche, nuovi criteri progettuali.

Partiamo dal concetto base che l’innovazione non si sviluppa ed evolve in modo lineare ma a ondate, mai come in questo periodo chi saprà cogliere, capire e cavalcare queste ondate sarà in grado di attivare processi propositivi per uscire dallo stato di crisi attuale. Basandosi su questo concetto il prof. Giuseppe Longhi ha raccontato quali saranno i “4 Tsunami” guida per fare innovazione.

1- La centralità del sapere – attivare l’unica materia prima presente in quantità illimitata sul pianeta terra, cioè la creatività dei cittadini e questo può essere fatto ripensando al sistema di educazione attivando la consapevolezza delle persone perchè la città vive solo se è in grado di gestire il nuovo e non solamente di accontentare l’esistente.

2- Long Life Learning – l’aggiornamento continuo ora facilitato dalla tecnologia web 2.0 che mi permette di seguire e interagire con qualsiasi corso o lezione in qualsiasi parte del mondo.

3- L’organizzazione fisica della scuola – dove le classi non vengono guidate dall’età ma dal progetto da raggiungere.

…si svilupperà un percorso che dalla forma della scuola moderna, segnata dall’open space, condurrà alle molteplici forme della scuola contemporanea.
Si affronteranno le principali esperienze compositive al fine di comprendere la complessità delle matrici culturali che oggi ispirano il progetto della scuola. Questo permette di inserire le indicazioni del MIUR, in sinergia con la programmazione scolastica a livello internazionale, in una matrice culturale capace di avviare un progetto fisico coerente con le esigenze di imprenditorialità e di sinergia fra apprendimento e lavoro, un’idea che introduce sul piano spaziale una scuola/laboratorio/officina (fablab), reinterpretando l’open space in chiave di ‘edificio intelligente’ attraverso la dotazione di sofisticate attrezzature di produzione e di dispositivi di connessione alla cloud.

4- Cambio del modello produttivo dell’impresa – le imprese muoiono perchè pensano che il loro domani sia uguale a quello di ieri mentre oggi la base produttiva è alimentata dalla interconnetività fra le cose e persone. Quello che io produco come innovazione qui e che magari non è recepito dalla comunità locale può essere recepito come esempio da attuali paesi in via di sviluppo, per questo la necessità non è la chiusura e l’autoreferenzialità ma l’apertura usando la tattica dell’amicizia.

L’inaspettato è l’utilizzo latente perchè ogni disciplina si evolve differenziandosi.

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SIAMO DESIGNER O ARTIGIANI?

Agosto 2013

di Alessio Barollo

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Il progetto è un processo, il progetto non è un prodotto. Questo è il salto di paradigma che la crisi economica ha spietatamente messo in luce, anche se l’intuizione è della fine degli anni ’60 durante una famosa conferenza di Yale. Ormai sembra evidente che si deve creare un’interazione fra l’atto progettuale e quello pratico nel senso che il forte aumento di strutture come i fablab avvenuto negli ultimi anni (ultimi mesi in Italia) ha dimostrato un ritorno da parte delle persone a “metterci le mani”, nel senso che il prodotto nasce si dalla cultura, dallo studio e dalle esperienze personali ma che trasformare un oggetto plasmandolo con le proprie mani da molto più soddisfazione.

La novità non sta nella trasformazione fine a se stessa ma nel condividere l’idea rendendola social, inserirla all’interno di una community che condivida gli stessi principi, sviluppando un networking operativo che il web 2.0 favorisce e accelera. In base a questi input l’artigiano apre le porte del suo laboratorio per insegnare e imparare dai giovani designer, cercare relazioni con gli altri elementi che stanno nel processo produttivo del bene in questione.

La produzione si mescola con l’auto-produzione con l’obiettivo di diffondere questa cultura. Due progetti di auto-produzione e collaborazione portano con se i principi fin qui elencati, mi riferisco a Fattelo! e tagliaTU.
Fattelo! è un idea nata da quattro ragazzi italiani basata sulla possibilità di costruirsi una lampada, in modalità open source, partendo da una scatola da pizza, portando il design a portata di tutti in quanto tutti potevano tracciare, tagliare, piegare incastrare, collegare…

Questa opportunità ha fatto si che il progetto riuscisse ad aggregare una community intorno all’idea di base e che metodi innovativi come il crowdfunding la facessero diventare una forma di lavoro. Come la lampada può essere costruita a casa propria ma può essere anche acquistata rendendo il progetto scalabile dal punto di vista economico nel senso che parte dal DIY – Do it yourself per arrivare ad essere una vera e propria forma di business.

Altro esempio che si inserisce fra il mondo del “recupera! ricicla! riusa!” e quello dell’autoproduzione è quello di tagliaTU. Qui il lavoro artigiano non è più legato al retail ma alla sartoria, in quanto permette a tutti di trasformare delle vecchie t-shirt in tanti altri prodotti nuovi e più utilizzabili.

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Nasce da un’idea mia in collaborazione con la giovane sarta Federica e navigando fra le metodologie del gioco e della creatività costruisce un contenitore on-line dal quale attingere le istruzioni open source per tagliare le magliette, fornendo anche in questo caso consulenza, aiuti tecnici e pratici. Come il precedente anche questo progetto cerca la via del crowdfunding per poter essere realizzato.

Questi sono due degli esempi che il nuovo modo “del fare” coniugato con le nuove tecnologie porta in luce, ma sono anche un esempio di collaborazione in quanto iltagliaTU kit (scopritelo nel sito) diventa un vero e proprio prodotto di design in quanto con Fattelo! può essere trasformato in una lampada da tavolo.

A questo punto cosa aspettate? Sosteneteci e diventate portavoce di una nuova cultura del fare!

articolo pubblicato in originale su ON/OFF magazine

 

COMMUNITY E MAKERSPACE COME STRUMENTI DI NUOVO SVILUPPO

Dicembre 2012

di Alessio Barollo

Monzese, 44 anni, ha creato il processore Arduino, rivoluzionario hardware open source,  insegna interaction design alla SUPSI di Lugano e ha contribuito all’apertura di Officine Arduino, primo Fablab italiano, a Torino. È salito sul palco dell’ultimo Ted Global di Edimburgo. Stiamo parlando di Massimo Banzi (massimobanzi.com) ecco le sue idee su opensource applicato al design, crowdsourcing e fab lab.

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1.       Quando ha sviluppato Arduino come mai ha scelto di affidarsi ai metodi open source?
Era già dal 1993 che usavo Linux quindi già conoscevo da molto tempo i benefici di sviluppare un prodotto open source. Fin dall’inizio i componenti di  Arduino sono open source.

2.       L’open source nasce nel mondo informatico, secondo lei è applicabile anche in quello della costruzione o del design? in che modo?
Sì e ci sono moltissimi esempi. Una grande fonte di informazione è il libro Open Design Now (opendesignnow.org)

3.       Un altro termine molto in voga in questo periodo oltre a open source è quello di maker, quali sono gli elementi chiave di questo mondo?
Maker è un’evoluzione contemporanea del DIY (Do It Yourself) tecnologico.
Grazie a internet e alla condivisione della conoscenza, il maker fa parte di una comunità digitale composta da migliaia di appassionati, una collettività, spesso fondata sulla filosofia dell’open source.

4.       Secondo Stefano Micelli il movimento dei maker non punta a creare ricchezza seguendo le tappe indicate in tanti manuali di management, la differenza che salta all’occhio ha a che fare con un idea diversa di proprietà intellettuale. Secondo lei in che modo è corretto riconoscere il merito di chi partecipa alla progettazione open source.
Negli ultimi 30 anni si sono sviluppate metodologie open che si possono applicare anche all’elettronica e al design e non più solo  al software.  Di base non si diventa maker per fare soldi, però può succedere che durante il percorso si scopra qualcosa che può avere un ritorno economico.
La filosofia open poi può contribuire al branding di un prodotto collegandolo alla comunità.

5.       I maker trovano un possibile sbocco nei Fab Lab, nate nei laboratori del MIT guidati dal prof. Neil Gershenfeld. Lei è stato uno dei promotori del metodo in Italia, può rappresentare questo uno strumento per creare nuovo sviluppo anche nel mercato italiano?
Il fablab in se stesso serve a poco se intorno non c’è una comunità: è necessario avere un forte contatto con l’esterno.  Io poi preferisco il concetto di Makerspace dove l’aspetto di comunità è più evidente.
Il fablab costituisce un pezzo di una catena più vasta che riguarda anche l’online e il territorio circostante il fablab. I fablab rendono disponibili gli strumenti per sperimentare, condividere idee e conoscenza.
Le connessioni verso l’esterno (come la riscoperta di distretti produttivi, trovare fornitori di materiali)
trasformano in realtà i sogni dei partecipanti alla vita dei fablab.
Gli spazi di confronto creano dialogo e relazioni per imparare e per condividere il valore delle proprie azioni e idee.

6.       In una sua intervista a Wired Italia dice che “l’importante è comunità attorno alla tua idea”, esattamente lo stesso principio espresso dal crowdsourcing, possono questi metodi trovare legami col mondo delle fab lab?
Crowdsourcing è un termine ampio e non molto preciso perché potrebbe contenere anche il modello di Amazon Mechanical Turk (www.mturk.com ) che non è molto qualificante. Non è un modello in cui l’utente è un partecipante qualificato.
Sicuramente il crownfounding è un pezzo molto importante del percorso che sta facendo la comunità maker. Ci sono esempi di collaborazioni in cui le persone sono  coinvolte attivamente nei progetti, in cui la comunità maker fa un investimento emotivo nei progetti che sostiene.

7.       Si sta formando una classe di nuovi imprenditori che puntano a sviluppare piattaforme a cui altri possono partecipare in modo autonomo. Ma quali sono i motivi, secondo lei, che spingono una persona a partecipare attivamente a un processo crowdsourcing?
In generale non mi piace il metodo crowsourcing: lo trovo spersonalizzante e svilente del valore che portano le persone. Invece le comunità si ritrovano intorno a un’idea, a un interesse comune: interagendo tra di loro producono ulteriori idee, le sviluppano etc.
In ogni ambiente ci sono vari livelli di partecipazione e c’è sempre un gruppo di leader più propositivo che trascina gli altri.

8.       La piattaforma fab lab di Barcellona collega i progetti elaborati nei laboratori con piattaforma di crowdfunding (“kickstarter” per fare l’esempio più famoso). Può essere questo un metodo per lo sviluppo di nuove startup e aiutare la ripresa economica?
Certo. Solo se inserito in un piano più ampio ed articolato. Inoltre anche se si riempisse l’Italia di startup poi bisogna dare loro le condizioni per sopravvivere ed essere competitive con i loro concorrenti in giro per il mondo.
 
9.       La percentuale di utenti attivi in internet in Italia si aggira intorno al 40%, il crowdsourcing e l’open source possono aiutare a superare questo limite?
Partecipare a comunità open source contribuendo attivamente necessita di avere gente connessa ad internet.
Le condizioni di partenza sono la disponibilità di computer a basso costo e  connettività diffusa, veloce a prezzo ragionevole e ci stiamo arrivando.
Ciò che manca in Italia è un progetto strategico di ampio respiro che dovrebbe partire dalle scuole.
Per esempio nei primi anni 80 la BBC aveva messo in onda con grande successo un programma che  insegnava a programmare computer. Per l’occasione la BBC si era fatta sviluppare un computer a basso costo da un’azienda inglese. Il computer venne acquistato da tutte le scuole inglese formando la generazione che poi ha attivamente usato internet.
Quindi in Inghilterra c’è una penetrazione della tecnologia molto forte anche e soprattutto per un investimento che risale al 1982. 
 
10.    Nel 2011 il sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha lanciato in contemporanea con il piano di rinnovo della città anche la piattaforma “changeby.us” con lo scopo di migliorare il feedback con i cittadini raccogliendo idee per soluzioni civiche e stimolare la formazione di gruppi di progetto. Secondo lei processi del genere sono applicabili anche in Italia?
Certo, il problema è che questi progetti si basano sul cambiamento del metodo di gestione della cosa pubblica, sull’open data e quindi implicano totale trasparenza di dati e informazioni.
Quando questi dati sono disponibili allora diviene possibile che gli sviluppatori scoprano modi innovativi di estrarre informazioni utili che portano alla creazione di app. A quanto mi risulta solo Firenze ha un progetto Open Data ampio e ben strutturato perciò bisogna agire prima sulla gestione della cosa pubblica, le idee seguiranno.
  
11.    Concludiamo con una provocazione, l’Italia diverrà forse una Repubblica fondata sul Fab Lab?
No.
In Italia ne esistono 2. Uno a Torino e uno a Reggio Emilia aperto da poche settimane. Torino dopo 2 anni fatica a creare la comunità ampia che vorrebbe avere perché il territorio circostante non ha ancora capito del tutto l’opportunità unica che ha a disposizione.
Manca una visione più ampia: ribadisco che il fablab da solo non serve a niente: è uno strumento che si deve legare a una catena più ampia.
In generale ciò che serve è capire che il mondo sta cambiando come il modo di fare industria e innovazione. I metodi vecchi non funzionano più e bisogna anticipare  il cambiamento e non subirlo e basta.
Creare 100 fablab senza una visione di assieme dell’Italia del XXI secolo non serve a nulla.

post pubblicato in originale su vodblogspot

 

 

 

IL TEATRO DELL’INNOVAZIONE

febbraio 2013

di Alessio Barollo

La costituzione americana prevede che il presidente, solitamente fra gennaio e febbraio, dia informazioni al Congresso riguardo lo stato della nazione e i suoi programmi per il futuro. Il discorso sullo stato dell’unione del 2013 porta al suo interno una forte carica di creatività  e innovazione.

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Sarà un’università di strada, in grado di fornire nello stesso tempo opportunità educative e servizi di intrattenimento e tempo libero, con lo scopo di preparare la società all’avvento dell’era tecnologica.” Queste parole che sembrano descrivere un fablab o un makerplace non sono state pronunciate dal presidente Obama bensì 50 anni prima da un architetto Inglese, Cedric Price. Intorno al 1960 Price nel progetto per il suo Fun Palace  intendeva realizzare uno strumento per facilitare e aumentare le interazioni, performante, adattabile all’infinito in relazione al variare dei bisogni e desideri degli utenti. Egli utilizzava le soluzioni tecnologiche a disposizione, carroponti e computer a schede magnetiche, per far interagire lo spazio con gli utenti permettendo di sviluppare la propria creatività.

Meno di un anno fa, investendo 100 € in azioni di una delle società che si occupano di stampa 3D ne avreste ricavati 246. Infatti questo è uno dei settori più prolifici degli ultimi tempi e che ha permesso la diffusione dei makers. I makers utilizzano strumenti digitali, progettano su uno schermo e in misura sempre maggiore utilizzano dispositivi di fabbricazione desktop. Sono la generazione web,quindi condividono le loro creazioni on-line. Unendo la cultura e la collaborazione del web al processo del fare stanno realizzando qualcosa su una scala completamente nuova per il fai da te. Più persone unite creano maggior valore, il quale a sua volta attrae ancora più persone e cosi via.

Ai giorni nostri la creatività può essere espressa attraverso una stampante 3D, sempre più alla portata di tutti grazie alla diminuzione dei prezzi e alla diffusione dei fablab. Il presidente Obama sembra certificare al mondo il fenomeno pronunciando queste parole durante il discorso alla nazione:” A once-shuttered warehouse is now a state-of-the art lab where new workers are mastering the 3D printing that has the potential to revolutionize the way we make almost everything.” Nel piano del presidente lo sviluppo della stampa 3D avrà un ruolo fondamentale date le sue potenzialità. Verrà costruito un network di imprese con la creazione di veri e propri Hub per la stampa 3D che avranno il supporto sia economico che di Know How direttamente dal dipartimento della difesa e da quello dell’energia. Questo metodo in grado di dare nuovo valore agli atomi, per lui non è il futuro ma è il presente, perché il futuro sta nella gente normale. Si stanno dando nuove possibilità alle persone comuni nel tentativo di creare nuovo sviluppo.

L’open design e i fabbrication laboratory possono rappresentare i nuovi teatri dell’innovazione, luoghi dove stimolare ed esprimere la creatività, dove far connettere le persone con interessi comuni, dove è possibile far entrare in rete le proprie idee. Luoghi dove poter creare nuove opportunità di lavoro attraverso la realizzazione rapida ed economica o la connessione con possibili collaboratori. In termini di progettazione, è un fenomeno rivoluzionario. Il progettista non dovrà più preoccuparsi del processo produttivo, e neppure conoscerlo, perchè le macchine controllate dai pc ci pensano da sole. Possiamo separare la progettazione di un prodotto dalla sua realizzazione per la prima volta nella storia, perche tutte le informazione necessarie per stamparlo sono incorporate nel progetto. Se a questo aggiungiamo i metodi crowdfunding ne ricaveremo anche nuove possibilità di finanziamento trasparenti, creative e sostenibili.

A tutto  questo vorrei aggiungere una questione che riguarda anche la situazione Italiana. Gli USA dai tempi delle startup nate nei garage sono sempre stati portati per i processi DIY, ma ora l’autoproduzione e la collaborazione si sta diffondendo anche in Italia. Nascono sempre più coworking, talent garden e laboratori del fare che portano una ventata educational al mondo dell’artigianato. Un esempio è quello del concorso indetto dall’ Artex e che cerca di unire l’esperienza e le tecniche di artigiani dalla mentalità innovativa alle idee di giovani studenti di design. Questi metodi possono portare ad una rinnovo economico ma ritengo che possano dare anche nuova vita ad alcuni spazi della città. Una sorta di urbanistica spontanea 2.0, in cui i luoghi abbandonati della città possono accogliere spazi dedicati allo scambio del sapere, delle tecniche e della creatività.  Ricordo che l’articolo 9 della costituzione dice: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” quindi abbiamo tutte le premesse per trasformare luoghi della città in nuovi teatri dell’innovazione dove viene messa in scena la creatività attraverso l’unione sapiente di idee,atomi e bit.

post originale pubblicato su vodblogsite

FAB LAB: come fare quasi qualsiasi cosa

settembre 2012

di Alessio Barollo

Takoradi, capoluogo della regione occidentale del Ghana, una bambina di 8 anni sta armeggiando con una saldatrice a stagno per unire i circuiti di una piccola scheda elettronica. Sono le 23 ed è ancora li a lavorare con attrezzature che fino a poche ore prima per lei non avevano ancora un nome ma che comunque sono lì per permetterle di portare a termine l’idea che ha in mente.

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2005, Boston, MIT University, sta per iniziare il corso “How to make almost anything”, tenuto dal prof. Neil Gershenfeld, direttore del Centro di ricerca Atoms&Bits. Il corso nasce con l’idea di far imparare agli studenti di ingegneria l’utilizzo di macchine sofisticate e innovative (stampati 3D, macchine controllo numerico, macchine per taglio laser, ecc…), ma ben presto si è notato come a predominare fosse la creatività. Infatti era possibile grazie all’utilizzo di queste strumentazioni realizzare idee che fino a poco prima erano rimaste solo sulla carta. Da questo presupposto prende spunto la filosofia del Fabrication Laboratory, o piu semplicemente Fab Lab.

Sotto la spinta del MIT i Fabrication  Laboratory iniziano a diffondersi dalla città di Boston in tutto il mondo, dall’America all’Asia, dall’Europa all’Africa, dove era ambientata la breve storia iniziale. Il fatto interessante è che i Lab col passare del tempo cominciano a trovare soluzioni a problemi veri; strumentazione per l’agricoltura in India, turbine a vapore le conversione dell’energia in Ghana, antenne ad alto guadagno per le reti di PC in Norvegia.

Il messaggio che arriva dalle Fab Lab è che tutte le persone del nostro pianeta non sono solo ricettori di tecnologie ma sono sorgenti. La vera opportunità è quella di imbrigliare il potenziale inventivo del mondo per progettare e produrre soluzioni ai problemi locali.

Questi laboratori sono dunque dei luoghi che uniscono le potenzialità di una fabbrica con la specializzazione di una bottega artigianale ove si può trovare una dotazioni tecnologica costituita da una macchina a taglio laser, una stampante 3D, una fresa a controllo numerico o una macchina per la prototipizzazione rapida. Queste apparecchiature possono essere utilizzate da chiunque ne abbia necessità e voglia di sperimentare aiutato nei laboratori dove si possono trovare competenze e soluzioni alle proprie esigenze.

Il movimento della personal fabrication è figlio dell’industria, da cui ha preso la precisione e la riproducibilità dei prodotti, nipote dell’artigianato, da cui ha preso la progettazione su misura, fratello dell’opensource con cui condivide la filosofia di scambiarsi progetti liberamente.

“In informatica, open source (termine inglese che significa sorgente aperta) indica un software rilasciato con un certo tipo di licenza per la quale il codice sorgente è lasciato alla disponibilità di eventuali sviluppatori”
Durante gli anni Ottanta e Novanta, infatti, con l’esponenziale crescita del mondo dell’informatica, si è passati da un modo di agire “libero” alle restrizioni del software proprietario.

La nascita del termine open source, nel 1998, ha inteso ristabilire una nuova inversione di tendenza, con un ritorno alla libera circolazione delle informazioni relative ai programmi. Avere a disposizione il codice sorgente, infatti, consente ai programmatori ed agli utenti avanzati di modificare il programma a piacimento, adattandolo così alle proprie necessità.

L’open source, quindi, non va considerato semplicemente come una scappatoia per aggirare il problema dell’acquisto o dell’utilizzo di un software proprietario, ma diviene una vera e propria scelta di campo in favore della libertà di circolazione (che consente tra l’altro di apporre significativi miglioramenti al programma) e dello scambio di idee, in modo da consentire una crescita che coinvolga tutta l’utenza e non sia legata alla disponibilità economica.

In Italia fare squadra è molto difficile, e la squadra nei Fab Lab è tutto; a Torino ,nel 2011, è stato sperimentato il primo modello di Fabrication Laboratory all’interno della mostra “Stazione Futuro” presso le Officine Grandi Riparazioni: un vero e proprio laboratorio made in Italy dove è possibile ammirare le macchine al lavoro era partecipare a workshop, seminari e incontri per conoscere da vicino un nuovo approccio alla conoscenza. Sulla scia di questo evento  e grazie alla spinta di Massimo Banzi (ideatore e sviluppatore di Arduino) e di Riccardo Luna (giornalista di innovazione, ex direttore di Wired Italia) nasce l’associazione Fab Lab Torino. Dallo statuto leggiamo “L’associazione persegue fini di promozione del Fabbricazione Digitale e del Design condiviso, dell’Hardware e del Software Libero, dello Sviluppo Sostenibile, a vantaggio degli associati e di terzi; basa la propria attività sull’impegno volontario, libero e gratuito degli associati; ha vocazione solidaristica e mutualistica. L’associazione “Fablab” è autonoma, pluralista, aconfessionale, apartitica, a carattere volontario e democratico. Non persegue finalità di lucro.” Pochi mesi dopo a cascata nasce Frankestein Garage a Milano ed è in fase di sviluppo quello di Firenze.

Capiamo come le iniziative siano basate sulla collaborazione come metodo di diffusione del sapere. Pagato un’esigua quota associativa annuale si ha la possibilità di seguire lezioni e workshop e di utilizzare le macchine da lavoro messe a disposizione. In questa direzione, la digital fabrication apre scenari innovativi per la didattica e la formazione visto che ogni associato può insegnare il proprio sapere agli altri iscritti e che il lavoro e le idee di tutti vengono condivise globalmente in rete.

Digitando le parole “Fab Lab” su Google, otteniamo quasi 3 milioni di risultati, a dimostrare come questo sia l’argomento che sta disegnando una nuova fase del lavoro nel contesto globale. I laboratori di Barcellona permettono un collegamento fra i prototipi realizzati e piattaforme di crowdfunding per dare la possibilità agli utenti di trovare uno sbocco commerciale alle idee trovate, riuscendo magari a produrle su grande scala. Il parlamento italiano in questi giorni presenta proposte di agenda digitale e di riforma del lavoro basate su startup. Gli spazi per il coworking vengono presi d’assalto.

Sapremo implementare collaborazione, educational e open source? Può essere questo il futuro del lavoro? L’Italia diverrà forse una Repubblica fondata sulle Fab Lab?

articolo pubblicato in originale su vodblogsite